Benjamin e il corpo delle gemelle K nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
-- August 25, 2007 @ 5:11 pm

Enrico Palandri per l’Unità

Una delle cose che distinguono gli italiani di oggi da quelli di quaranta o cinquant’anni fa è un miglioramento nella salute e nell’aspetto. Non solo la vita media è più lunga ma non ci sono più persone senza denti, cosa che era invece abbastanza frequente fino a trenta o quarant’anni fa. Tuttavia l’estetizzazione di cose e persone, cui ci siamo abituati, porta un rischio contro cui metteva già in guardia Walter Benjamin a conclusione del celebre saggio sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

«L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli Dei dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte.»

Pubblicato un paio di anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, il saggio pone anche oggi il problema fondamentale di quello che percepiamo come estraniante, conservatore, profondamente reazionario: l’estetizzazione della politica, o peggio ancora l’estetizzazione della vita, dei paesaggi, del mondo. Perché voler abbellire parte dal presupposto che il mondo così com’è sia brutto, abbia bisogno di essere reso bello.

Che la bellezza sia dunque qualcosa di altro, opposto, una toppa, una consolazione. In un’epoca in cui hanno trionfato la moda e l’immagine, questo atteggiamento, affermatosi acriticamente nel naufragio delle ideologie del Novecento, ha consolidato la percezione del bello come l’altro dal vero, ciò che cambia e adorna e non ciò che è.

E quindi i capelli tinti o le labbra rifatte, i nanetti davanti alle case, l’esaltazione dello stile nell’arte come nella scrittura o nella musica, piuttosto che la capacità di comprendere cosa davvero si esprime in un modo di essere, un testo o un paesaggio.

Chi è qualcuno piuttosto che quello che sembra. Del resto i disastri della percezione estetizzata sono davanti a tutti noi: gli inserti di giornali rispettabili pieni di immagini di belli e belle vestiti dai migliori sarti che gironzolano per il mondo tra una festa e un’inaugurazione, i programmi dedicati alla scempiaggine e all’insignificanza.

Non c’è da sorprendersi se poi tanti, soprattutto i più sprovveduti, si perdono in un nevrotico inseguimento del proprio aspetto fisico cambiandosi un giorno il naso e un altro il colore dei capelli, mentre tanti altri si arenano spiritualmente nella vana terapia del sé.

Vista la grande pubblicità che Berlusconi aveva fatto al rinfoltimento della propria capigliatura si potrebbe essere tentati di riprendere il passo di Benjamin e dire che l’estetismo è di destra oggi come ai tempi di Benjamin. Ma sarebbe troppo facile e probabilmente contraddetto da qualche altro politico di sinistra che si è sottoposto a un trattamento simile.

E qual è il confine tra la funzionalità e l’estetica? Tra denti finti che ci permettono di sorridere senza complessi e il tirarsi la pelle per apparire più giovani, magari proprio come ci si sente? E la differenza tra come ci si sente e come ci si vorrebbe sentire?

Nello scrivere romanzi la lotta contro l’estetizzazione è uno dei nodi da sempre centrali. Lì dove si abbellisce, o si è convinti di abbellire con una parola ricercata o un’espressione fedele a un ideale estetico, prima o poi si paga nel modo peggiore, con un senso più profondo che riemerge tra le righe nella coscienza del lettore e si oppone alle intenzioni dello scrittore, mostrando l’orrendo che si è tentato di coprire. La polemica di Walter Benjamin è sulla guerra, la sciagura, il desiderio di morte. Ciò che il fascismo persegue e ha sempre perseguito, fin dalle sue origini militari, che altro non è se non voluttà di distruzione.

Non è un naso o un po’ di grigio tra i capelli a turbarci, ma il nostro intimo orrore di noi stessi, della vecchiaia e della morte che ci vengono incontro. A questi disastri, come alla guerra, non c’è trucco che ci sottragga e, anzi, qualunque trucco segnala la paura. Leopardi osserva nello Zibaldone, polemicamente con coloro che fanno questo genere di obiezioni, che Paracelso scrive bene perché dice esattamente quello che si deve dire a proposito di un argomento, e così è anche con la poesia.

Scrivere bene della luna, in altre parole, non rende una pagina migliore. Al contrario, lo è essere radicati in modo significativo in ciò che ci motiva a essere quello che siamo. Se lì c’è la luna, sarà espressa in modo appropriato e diventerà, canto dopo canto, sempre più intimamente l’interrogativo senza risposta che Leopardi rivolge all’infinito.

Solo questo misurarsi profondamente e realmente con il mondo in cui siamo, nulla al ver detraendo, è davvero bello. I visi rifatti dei leader del Cremlino avrebbero probabilmente tolto a Benjamin qualunque illusione sulla possibilità anche del comunismo di sottrarsi all’estetizzazione della politica.

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