La fabbrica dal dopoguerra allo sgretolamento negli anni Ottanta. Una storia italiana
-- October 12, 2007 @ 5:03 pm
Il faticoso affermarsi e il rapido scomparire della fabbrica dal nostro immaginario collettivo aiuta a comprendere meglio la storia del paese: suggerisce ritardi e pigrizie, speranze e retoriche, e precoci smemoratezze. Ancora nel secondo dopoguerra il suo ruolo non appare sempre centrale: «il lavoratore dei campi - diceva Pio XII - rappresenta ancora l´ordine naturale voluto da Dio», mentre «accade troppo spesso che il capitale muova di qua e di là il lavoro e l´uomo stesso come palle da giuoco».
In una collezione di quadri dedicata al lavoro, cui contribuiscono allora i più importanti pittori italiani, solo una decina delle oltre settanta opere è dedicata alla fabbrica. Certo, essa ha un ruolo essenziale nell´immaginario comunista, evocato dalle testimonianze di molti militanti: «mi avevano offerto un posto vantaggioso - ha raccontato ad esempio uno di essi - ma io ho rifiutato dicendo “si deve fare il socialismo, meglio stare alla Fiat”. Si sarebbe fatto il socialismo, quindi la fabbrica sarebbe stata il posto più adatto dove andare». Alla Fiat, come nella Sesto S. Giovanni “Stalingrado d´Italia” e altrove. Presto, nel clima della guerra fredda e della repressione antisindacale, essa sarebbe apparsa cupa e grigia agli operai licenziati per rappresaglia o isolati in “reparti confino”: ad esempio l´Officina Sussidiaria Ricambi, sempre alla Fiat, ribattezzata Officina Stella Rossa. Urgono però processi nuovi e dalle linee di montaggio del nuovo stabilimento di Mirafiori usciranno le 600 e le 500, simbolo del “miracolo”. Fra anni Cinquanta e Sessanta le fabbriche trasformano le grandi città del nord, ridisegnano mobilità, geografie e insediamenti, invadono gli assetti rurali: «sono nate dai prati, dalla terra - scriveva Ottiero Ottieri in Tempi stretti - ma la campagna distrutta, debole e pallida come il cielo, sembra che non si difenda e che non la rimpianga più nessuno». E così la fabbrica appariva al protagonista di Memoriale di Paolo Volponi: «grandissima e bassa, ronzava indifferente (…) era tutta eguale e da qualsiasi parte mandava lo stesso rumore, più che un rumore un affanno, un ansimare forte». I grandi flussi di giovani dalle campagne povere del nord e del sud conducono a luoghi di sfruttamento intenso. Nel 1963 il prefetto di Milano sembra evocare il Chaplin di Tempi moderni quando racconta un episodio causato da ritmi di lavoro spinti all´estremo: «un´operaia veniva colta da improvviso malore, per cui lasciava cadere una pinza sul piede di un´operaia vicina la quale, dopo aver lanciato un grido di dolore, sveniva a sua volta, provocando lo svenimento di altre 23 colleghe». La localizzazione industriale si allarga a Veneto, Friuli, Emilia, e giunge al sud soprattutto con impianti siderurgici e petrolchimici, poco adatti ad indurre ulteriore occupazione: “cattedrali nel deserto”, come si disse, sintomo di uno sviluppo contraddittorio e di un rapporto sempre più distorto fra potere politico e industria pubblica. Con l´esplosione sindacale del 1969 la fabbrica presenta poi un nuovo volto: attraversata da cortei interni, punto di partenza per “invasioni della città” e punto d´arrivo di manifestazioni o di gruppi di studenti. Oggetto al tempo stesso di indagini sulla nocività e sulle condizioni di lavoro, e di rivendicazioni che hanno al centro un più ampio orizzonte di diritti. Il movimento sindacale si riappropria simbolicamente dei suoi spazi con il diritto all´assemblea conquistato nell´”autunno caldo” e con lo Statuto dei diritti dei lavoratori del 1970: la Costituzione entrava in fabbrica, fu detto, e non era retorica. In quel torno di tempo gli operai raggiungevano il loro massimo storico, il 42% degli occupati, con una crescita significativa delle grandi aziende. La classe operaia aveva conquistato ormai un ruolo importante nell´immaginario e nel discorso pubblico: durerà pochissimo, e non solo per il rapido prevalere degli stereotipi, per la fossilizzazione degli slogan e delle parole. Ad appannare immagini precedenti veniva in primo luogo il trauma petrolifero del 1973: era ormai in discussione l´idea di uno “sviluppo senza limiti” e una concezione del progresso basata soprattutto sull´espansione industriale. Nell´aggravarsi della crisi economica si avviavano intensi processi di ristrutturazione produttiva mentre crescevano e si modificavano le piccole imprese, libere dai vincoli dello Statuto dei lavoratori. Si diffondeva il lavoro sommerso, con implicazioni che il Censis segnalava: rinuncia a diritti formalmente riconosciuti in cambio di vantaggi materiali, disincanto, scetticismo verso ogni forma di trasformazione. Dal canto suo l´amaro e corrosivo Arbasino di Un paese senza fustigava gravi errori sindacali e politici, e guasti profondi, irridendo ai «trips accademici fondati sulla metallurgia wagnero-mirafior-marxista e sulle migliaia di miliardi annualmente perduti dalla siderurgia, dalla chimica e dai trasferimenti finanziari dal nord al sud». La roccaforte della fabbrica era ormai accerchiata e perdeva valore agli occhi stessi di coloro che la presidiavano, come mostravano le inchieste di Giulio Girardi a Torino. Viveva inoltre in modo drammatico, in più di un luogo, l´infiltrazione e l´offensiva terroristica: conosceva la paura, la diffidenza reciproca, il sospetto.
In questo quadro sgretolato interviene nel 1980 a Torino la “marcia dei quarantamila”, silenziosa ma decisa protesta contro uno sciopero in corso: annuncia la fine di una fase. In pochi anni i dipendenti Fiat diminuiranno drasticamente, in un quadro segnato ovunque dal ridimensionamento e dalla trasformazione radicale della grande azienda, dall´aumento delle ore lavorate e della produttività, dal crollo delle ore di sciopero. Più ancora, la fabbrica inizia a scomparire dall´immaginario collettivo e dal discorso pubblico. Talora anche dalla realtà, con la dismissione e il riuso di vaste aree. Gli operai rimangono, sia pur ridotti di numero, ma un paese smemorato presterà sempre meno attenzione alle loro fatiche, ai loro silenzi, alle loro difficoltà, ai loro drammi.
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