La sinistra senza più classe. Come si è giunti al tramonto dell´egemonia operaia
-- October 12, 2007 @ 5:06 pm

Milano - 17 Giugno 2006Gad Lerner, La Repubblica

Ora che la sinistra non vive più la fabbrica come epicentro di un ordine sociale da ribaltare; ora che Piero Fassino rilascia interviste simpatizzanti con il capo azienda Sergio Marchionne subendo il “no” dei lavoratori Fiat alla sua politica; ora che Walter Veltroni condanna come anacronistica “l´invidia sociale”, e lo fa nel capannone dismesso del Lingotto post-industriale: come stupirci se gli operai recidono anche l´ultimo legame simbolico tra gli stabilimenti produttivi e la politica?
Già da tempo questi operai hanno perso l´illusione gratificante di rappresentare il cuore pulsante della lotta di classe. L´economia separata dalla speranza di un cambiamento nei rapporti di produzione torna ai loro occhi scienza arida. Nessuno più assegna loro la funzione messianica di “classe generale” che liberando sé stessa libererà l´umanità intera. Ciò che li rende molto meno interessanti, li riduce da mito a persone subalterne e prive di fascino. La quotidianità del lavoro manuale viene ignorata da una cultura dominante che onora solo presunte virtù più appariscenti e non sa più onorare sul piano morale la fatica fisica.
Lo stabilimento Fiat di Mirafiori è stato un luogo cruciale della storia d´Italia, fin da quando Mussolini fu fischiato alla sua inaugurazione e se ne andò via furibondo. Non a caso riconquistare Mirafiori all´egemonia padronale fu impegno assunto in prima persona dall´ambasciata statunitense a Roma, negli anni della ricostruzione. Quello sarebbe stato il palcoscenico più significativo del boom economico, dei primi imponenti flussi migratori da Sud a Nord che ne fecero il più grande impianto produttivo d´Europa – una città nella città – fino alle conquiste democratiche che determinarono una cospicua redistribuzione di risorse a vantaggio del lavoro dipendente. Ma da 27 anni ormai Mirafiori è divenuta piuttosto il luogo simbolo della delusione e della rabbia operaia. Fino all´anno scorso – quando furono sonoramente fischiati – i massimi dirigenti sindacali non ci avevano più messo piede, memori di quella livida mattina di pioggia dell´ottobre 1980 in cui Lama, Carniti e Benvenuto furono inseguiti a ombrellate dagli operai cui pretendevano di raccontare una pietosa bugia: cioè quando tentarono di spacciare per vittoria un accordo con la Fiat di Romiti che espelleva dalla fabbrica 28 mila dipendenti tutti in un colpo, e a seguire altre decine di migliaia.
Si consumò allora, in un clima avvelenato dal terrorismo di sinistra e dalla rivincita dei quadri aziendali, la burrascosa sintonia che sempre aveva collegato la fabbrica alla politica. Fino a trasformare l´avanguardia del movimento operaio italiano in “enclave” da cui girare al largo. Gli anni Ottanta furono gli anni amari della sottomissione aziendale e dell´emarginazione culturale. La ristrutturazione dell´apparato produttivo del paese non avrebbe certo ridotto il numero dei lavoratori dipendenti ma li avrebbe dispersi e differenziati al loro interno, modificando nel profondo i connotati di quella che fu la classe operaia. La crisi del comunismo, infine, ha convinto la leadership di una sinistra che si riscopriva riformista a rinunciare al rapporto privilegiato con il mondo del lavoro industriale. Correndo addirittura il rischio di recidere i suoi storici legami popolari.
Succede così che delle fabbriche, nel 2007, si parli con il rimpianto e la nostalgia dedicati ai reperti del passato. La moda dell´archeologia industriale furoreggia tra gli architetti delle ristrutturazioni, ma insieme a loro è una società intera che oggi classifica come presenza marginale, se non folkloristica, le stesse tute blu dapprima mitizzate. È un dramma, per gli operai italiani di età matura: molti di coloro che in gioventù li spersonalizzavano nella mitica adulazione della “Classe”, sono gli stessi che oggi li disdegnano come anacronistici relitti del passato. Senza mai averli presi davvero in considerazione come persone. Oltre al danno, la beffa.
Poco sopravvive, dunque, dell´iconografia in cui la sinistra italiana catalogava le diverse esperienze di fabbrica. Prima di tutto la distinzione fra due tipologie operaie intorno a cui non era mancata neppure la contesa ideologica: l´operaio di mestiere e l´operaio massa. Nella visione togliattiana e più tardi amendoliana delle forze produttive, un ruolo privilegiato veniva assegnato agli operai specializzati, detentori di una professionalità che li rendeva spesso insostituibili, autorevoli pure agli occhi dei capireparto. Non a caso si parlava addirittura di “aristocrazia operaia”. Il mito dell´aristocrazia operaia contraddistingueva per esempio il radicamento del Pci e della Cgil nei cantieri navali di Genova, Trieste, Monfalcone: ricordo l´ammirazione con cui veniva narrata la loro capacità di praticare scioperi all´incontrario, cioè la costruzione autogestita di interi scafi nel corso dei più duri conflitti sindacali. Questo dell´operaio di mestiere fu anche un riferimento di compattezza e disciplina, valorizzato nella memoria degli eroici scioperi antinazisti del ‘43 negli stabilimenti Breda e Falk di Sesto San Giovanni. E se ancora oggi le fabbriche metalmeccaniche di Brescia, come l´Iveco (ex Om) rimangono roccaforti di un coeso sindacalismo di base, lo si deve a figure d´avanguardia acculturate, non sempre e solo comuniste: nelle officine della Leonessa d´Italia sono ancora ricordati gli operai democristiani per nulla teneri con la controparte padronale, capaci di usare la politica e l´associazionismo cattolico come alleati in un conflitto sociale lì specialmente aspro.
A Milano ricordo bene la nomea perfino minacciosa che circondava gli operai comunisti della Ferrotubi, grandi e grossi, insofferenti alla propaganda di coloro che venivano definiti spregiativamente “gruppettari”. In cuor loro gli operai inquadrati nella “prima categoria”, ma c´era anche la “prima super”, rivendicavano una leadership naturale nelle fila sindacali e mal sopportarono l´irruzione sulla scena dell´operaio massa, spesso di recente immigrazione dal Sud. Furono i grandi stabilimenti automobilistici e le fabbriche di elettrodomestici il teatro di una rivolta scaturita dalle infernali condizioni di lavoro alla catena di montaggio. Quando gli operai dequalificati incontrarono alla Fiat e all´Alfa Romeo una disponibilità a guidarli da parte di alcune storiche avanguardie di fabbrica - penso al piemontese Mario Platania alla Fiat, e a un lombardo superspecializzato come Fiorentino Tizzoni all´Alfa di Arese - lo choc fu grande. La fabbrica tornava a fare notizia, a spostare gli equilibri politici. Gli animi si infiammavano e solo alcuni dirigenti sindacali comunisti, come Bruno Trentin, o lo straordinario operaio autodidatta Aris Accornero, licenziato dalla Fiat e divenuto intellettuale raffinato, tentarono un raccordo con la cosiddetta “nuova classe”.
Il rapporto fra la sinistra storica e le fabbriche organizzate su base tayloristica non fu mai pacifico: data da allora la prima rottura culturale che avrebbe portato all´incomunicabilità di oggi. Fu quello uno dei primi fattori di crisi non solo della democrazia sindacale, ma dell´intera democrazia italiana. Fino al taglio del cordone ombelicale che lungo tutto il Novecento aveva indissolubilmente legato la fabbrica alla politica.

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