Il cristianesimo semplice
-- February 17, 2008 @ 4:40 am
Francesco Merlo, La Repubblica

Caro Giuliano Ferrara, hai trovato su Google «testicoli piccoli e mammelle grosse» che dici di avere anche tu, come i malati di Klinefelter. Non sono un testicolologo né un medico specialista e dunque non contrappongo la mia ignoranza dinamica, attiva, a questa tua lettura allegra della sindrome di Klinefelter, da te ridotta - come mi scrivi, sul Foglio, in una lettera articolo - a una svirilizzazione. Pure a me capita di cercare i miei umori su Google e anche a me di sentirmi, in certe mattine, un aborto mancato, inadatto alla vita extrauterina: uno sfrattato.
Dici anche di volermi mostrare quanto sono piccoli i tuoi testicoli e mi viene in mente che Hemingway voleva esibire a Scott Fitzgerald quanto erano grandi i suoi.
Io non li tiro fuori per nessuno e taccio sulla sindrome di Klinefelter. Non voglio fare l´errore di chi, come te, pensa di sapere tanto chiaramente cos´è la vita da surrogare ogni genere di competenza, anche medica, con le pienezze etiche della propria ideologia vitalistica.
E però il silenzio che, nel mio articolo su Repubblica, ti avevo proposto, e che tu mi hai appunto rimproverato sul tuo giornale, non riguardava (ancora) le malattie cromosomiche, ma le dolorose decisioni che aveva preso quella signora di Napoli sottoponendosi, nella ventunesima settimana di gravidanza, all´aborto terapeutico previsto, e non imposto, dalla legge 194.
Ora, io capisco bene che ti faccia più piacere avere di fronte non il silenzio triste e solidale di quelli come me, ma il linguaggio a te più chiaro delle femministe che rivendicano in piazza il diritto all´aborto: «Sono meno eleganti di te - scrivi - ma vivaddio si capisce di che cosa parlano, che cosa vogliono o pensano di volere». “Diritto all´aborto” è un´espressione che io non userei, e non perché coltivo l´eleganza, ma perché mi fa pensare ad un altro dei tanti ossimori italiani, qualcosa come il diritto all´amputazione. I diritti li coniughiamo con cose che potenziano la persona: il diritto di esprimere il proprio pensiero, il diritto di andare in vacanza, il diritto al lavoro… Chiedere in una manifestazione il diritto all´aborto è, secondo me, una paradossale banalità intellettuale. E non solo perché l´aborto è sofferenza. Penso che anche rivendicare in piazza il diritto alla felicità sarebbe una sciocchezza. Né aborto né felicità appartengono al campo dei diritti.
Il primo è un drammatico meno peggio, una concreta disgrazia personale; la seconda è una insondabile grazia personale.
E tuttavia quell´espressione così scopertamente perdente nasconde una questione complessa perché rimanda ai tempi in cui rispondeva, semplificando, ad una proibizione crudele dello Stato. Immaginiamo che ci sia qualcuno (qualche testimone di non so quale Geova) che voglia impedirmi l´amputazione della gamba, della mia gamba malata, «perché così te l´ha data Dio e bla bla». Come potrei semplificare la mia paradossale situazione di aspirante sciancato se non rivendicando il diritto a farmi tagliare la gamba, a ridurre cioè il dominio della sofferenza che è uno degli scopi della civiltà del diritto? In realtà nessuno si fa amputare la gamba per esercitare un diritto: stringe i denti, e lo fa. È lui che decide e non c´è nulla da dire.
Comunque sia, capisco che “il diritto all´aborto” è un´espressione che tu non molli perché ti permette di sovrastare l´avversario nel senso di volteggiargli sopra come un rapace. Anche la lite di ieri con Pannella, il tuo rifiuto all´ultimo momento di confrontarti con lui è stato un volteggiare. Lo hai piantato nello studio tv dove eravate tutti e due invitati. Ma Pannella non merita di essere trattato così. Neppure la polizia di Mario Scelba l´avrebbe fatto. Nessuno ha il diritto di eliminare Pannella con il prezzemolo, di abortirlo già bello e fatto. E lo dico benché in qualche misura anche io non condivida gli argomenti che usa oggi Pannella, gli stessi del 1978, con un lessico e un tono che sono usurati come quelli delle vecchie femministe, un linguaggio troppo duro per un tema di sofferenza viva. In realtà tu che parli di omicidi perfetti e di eugenetica usi lo stesso identico linguaggio. Ti piace la piazza, ti è sempre piaciuta. E apertamente dici di preferirla a me.
Molto più difficile è infatti contrastare il silenzio sbigottito che ti propongo, a meno di non deformarlo polemicamente nel silenzio del tartufo, nel ponziopilatismo, nella deficienza morale. Come io non deturpo la tua generosità e la tua passione, che conosco e apprezzo, così tu devi trattare il mio silenzio per quello che è: la rispettosa malinconia davanti a un donna che, assistita da uno, cento, mille dottor Google, e confortata da una legge rigorosa e seria, ha preso una decisione che l´ha fatta soffrire e la farà soffrire. Il silenzio che ti propongo è la modestia di non parlare per lei, di non arrogarti il diritto di metterti al posto di quella signora, o peggio di impartirle delle lezioni di medicina e di etica, spiegarle quando nasce la vita umana, a che mese e giorno il nascituro diventa persona, e addirittura persona giuridica. Nessuno può imporre agli altri le proprie soluzioni a problemi controversi che dividono scienza e religioni, a problemi insolubili: quand
o uno è ancora feto e quando è già bambino; e quali sono i protocolli affettivi e i protocolli medici davanti alle gravi anomalie cromosomiche; e come rispettare ogni religione senza intolleranze laiche ma senza violare, per intolleranze religiose, la volontà di una madre di non mettere al mondo un infelice menomato. Ci sono cose essenziali, come il desiderio e il bisogno di maternità e di paternità; come l´ottimismo radioso e il pessimismo cosmico; come l´amore di due persone che stanno assieme, si stringono per le mani e decidono di riprodursi; come il momento nel quale la scienza medica ti chiama a scegliere tra l´aborto terapeutico e il terribile futuro di un figlio malato; ci sono insomma alcune cose che, alla fine, esigono un lungo, terribile momento di solitudine e dalle quali i nostri umori, la politica, i giornali, le liste elettorali, le passioni pubbliche, anche le più generose, devono restare lontani.
Uscendo dalla sala operatoria, ancora intronata dall´anestesia, quella signora non ha trovato ad accoglierla il silenzio solidale delle persone più vicine, del suo compagno, dei medici, di un fratello, di un amico o un´amica, di una società pronta a offrire dignità al suo dolore, ma le domande della poliziotta, il sequestro del feto, le accuse, le indagini, i giornali, e poi le tue lezioni sulla vita e sulla morte, una disputa da talk show… È vero che tra i poliziotti c´era una donna - oddio! - e io non l´ho scritto perché non lo sapevo. Ma ecco cosa ha dichiarato questa poliziotta con involontaria comicità: «Non è stato un interrogatorio, le ho solo fatto qualche domanda».
Dire adesso, da un giornale così importante come il tuo, che la signora di Napoli è un´omicida o un´infanticida è fare molto peggio di quella poliziotta: è farle subire, a pistola culturale spianata, non solo la predica, ma la condanna a vita. Che maniera è la tua di soccorrere una donna in sofferenza? Perché non moderi i termini? Vuoi vendicare un feto facendo impazzire la madre? E perché pensi che i medici siano tutti dei Goebbels che non hanno neppure capito quanto è piacevole vivere con la sindrome di Klinefelter?
Non sono tanto illuminista da dire che tu sei il mandate morale di quel blitz della polizia in sala operatoria: «In nome di Ferrara, alzate le mani». Ma io ho studiato dai preti, come tu mi ricordi invitandomi a correre alla più vicina chiesa per confessare il peccato di averti invitato al silenzio. Ti aggiungo che ho avuto più di un sacerdote tra i miei zii (anche un cardinale). Ebbene, i migliori di loro mi hanno insegnato non «un cristianesimo semplice e distratto», come tu mi rinfacci.
Non distratto ma solo semplice, Giuliano, era il cristianesimo italiano prima che arrivaste voi, da altre parrocchie armati, a tentare di fare di ogni cattolico un soldato di Cristo. Pensa: gli italiani, che non sono mai stati soldati di niente, ora dovrebbero diventare soldati di Cristo. Ecco il punto: qualunque cosa io sia diventato, ricordo bene che in quel cristianesimo semplice il silenzio era la sconfinata via dello spirito. Io credo che ammutolire dinanzi all´aborto terapeutico scelto da quella donna è sentire in se stessi l´abisso di un mistero universale. Nel silenzio che ti propongo io non c´è il fracasso elettorale che renderebbe incandescente e gonfierebbe di intolleranze qualsiasi dibattito su quella cosa strana che si chiama vita, ma c´è la forza indagatrice dell´intelligenza, che è sempre stata la tua forza.
Non so il tuo Ratzinger, ma Sant´Ambrogio diceva che in casi come questi la parola è il tugurio miserabile dello spirito: «Prigione dell´anima è la parola». E dunque, visto che né tu né io possiamo sostituirci alla signora Silvana di Napoli, e che la buona legge ce l´abbiamo, facciamo silenzio, Giuliano. Sssssss.
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