Michele Serra su Expo Milano
-- April 16, 2008 @ 7:37 pm
La Milano che avrà il suo secondo Expo, centonove anni dopo la sua prima grande vetrina industriale e il suo battesimo della modernità, è una città incerta. Incerta e misteriosa.
In attesa di destinazione come le cavità semivuote degli infiniti stabilimenti dismessi, milioni di metri quadrati quasi tutti ancora in cerca di un credibile destino post-industriale differente dalla frantumazione in loft civettuoli per i professionisti della moda e della pubblicità.È soprattutto lì, davanti alle fabbriche in panne, ai muri sbrecciati e ai vetri rotti di giganti come la ex Ansaldo, che si misura tutto il ritardo progettuale rispetto alla vicina Torino, capace di riorganizzare gli spazi e i luoghi del declino in tempi molto più rapidi, e con un occhio di riguardo all´uso pubblico. La città vive sussulti febbrili, e sincopi del traffico, solo quando la moda, monocultura locale perfino più avvolgente, e asfissiante, di quanto fu la Fiat a Torino, celebra i suoi periodici stati generali, in un´orgia di installazioni, sfilate, brindisi, “eventi”, happy hours, simulazioni di prestanza artistica che, vent´anni dopo la Milano da bere, sembrano la replica inceppata di quel mito della “creatività” che minaccia di ripetersi in eterno, ovviamente sotto forma di parodia.
Eppure, per chi vive Milano in strada, per chi cerca di percepirla e cerca di volerle bene, il senso di immobilità è così pervasivo, così deprimente, che perfino quattro riflettori colorati puntati da un “creativo” su Porta Venezia per illuminare non si sa quale appuntamento in ghingheri di non si sa quale stilista, riescono a dare il brivido della novità. Oppure, nelle discussioni tra il sarcastico e il disilluso che si fanno a cena, ci si diverte a litigare sulle quattro o cinque super-torri, firmate dai più celebri stilisti mondiali del calcestruzzo, che bucheranno di qui a poco un paesaggio urbano quasi immutato da almeno un paio di generazioni, con il Pirellone e la Torre Velasca che da mezzo secolo dominano il colpo d´occhio, vestigia solenni di una gloria datatissima. (A Londra lo skyline davanti alla Tate, oltre il Tamigi, è stato totalmente stravolto negli ultimi dieci anni. Metà dei grandi edifici, a perdita d´occhio, sono nuovi di pacca. Un londinese partito nel 1990 e tornato in città non la riconoscerebbe più. Un milanese ritroverebbe, oltre al solito bar, anche il barista).
Oppure ancora, negli slarghi immensi e insospettati di periferie come quella che circonda l´Ortomercato, dove tra prati stenti e stradoni percorsi solo dai Tir l´idea di città si sfarina, ci si può ingegnare a immaginare scorci futuri, azzardi urbanistici. Magari come Santa Giulia, il quartiere super-tecnologico che Norman Foster ha progettato a Rogoredo, con le automobili occultate nel sottosuolo, e le terrazze che, smog permettendo, un paio di giorni all´anno abbracciano Alpi e Appennini in un colpo solo. Sperando che la tramontata, le rare volte che arriva a ripulire Milano, porti lontano anche l´amianto che si sta staccando dalle case popolari a fianco, in attesa di bonifica da un quarto di secolo. E sono le vergogne di una città che, un secolo fa, un Expo fa, era all´avanguardia nell´edilizia sociale.
È che la patina di fuliggine, quel senso di polveri neanche tanto sottili che ha sempre gravato sulla città, da qualche tempo ha assunto un inevitabile significato metaforico: patina del tempo, arie reflue che stagnano, voglia irresistibile di raggiungere ogni venerdì sera la campagna o il mare, lasciando il centro cittadino alle tribù del sabato che calano dal contado a comperare i jeans a vita bassa, le felpe, la bigiotteria. Il vecchio smog novecentesco calava nei bronchi e nei polmoni come un maglio nero, ma sprigionava da ciminiere e soffioni come il fiato di un gigante pieno di vita e di energia, come si tossiva a Milano non si tossiva da nessuna parte, ma l´idea – magari ingenua, come spesso i milanesi sono –
era che quello era il puzzo del futuro, del lavoro, dei quattrini. Adesso anche lo smog si è come slavato, non è più il rozzo effluvio del carbone, degli altoforni e del lavoro operaio, è la subdola essudazione di milioni di automobili in giro per lo shopping, per andare agli “eventi”, per portare i bambini a scuola, in un andirivieni ininterrotto che non conosce più ore di punta.
Il ritmo è sfuggente, spezzato, lo riconosci (e non ti piace) quando è il ritmo dopato e gaglioffo delle notti attorno a Corso Como, o quando riesci ancora a indovinare, nel caos, un flusso riconoscibile di impiegati e operai che entrano o escono da un posto di lavoro classico, un ufficio, un´azienda.
In questa città affaticata e nervosa, quasi sfocata, l´arrivo dell´Expo, anche al di là della montagna di quattrini in vista, della vetrina mondiale, del business, del prestigio locale e nazionale, della retorica politica, è un´ottima notizia. Lo è perché costringe Milano a rimettere in asse, nei prossimi anni, un orizzonte temporale dissestato. Come un esame decisivo per uno studente che da un bel po´ di tempo non riesce più a mettere la testa sui libri. La costringe a guardare in faccia il futuro, a rimetterlo in programma non solo negli uffici comunali e regionali nei quali (si spera) ci sarà pure qualcuno che sfoglia un calendario. La coinvolge nella sua pancia e nella sua anima, in quello che rimane del concetto (già vago altrove, e ancora più vago a Milano) di “popolo”. I cittadini milanesi taciturni, le commesse ombrose e restie al saluto, i taxisti incazzati perfino più della media dei taxisti, perfino le coorti querule e invecchiate della moda e della pubblicità, ora vedranno la loro città obbligata a scuotersi, costretta ad accelerare, ad allenarsi per tornare ospitale e cortese con i forestieri, dote ultimamente molto appannata in una città che fu celebre per l´apertura mentale e sociale, e da qualche anno è portatrice insana del ringhio xenofobo. Malumori da valligiani, e ai valligiani perdonabili. Non certo ai metropolitani, non certo a una città che, nel dopoguerra, seppe dare alloggio, bene o male, a mezzo milione di immigrati meridionali: senza immigrati Milano non avrebbe avuto Celentano, non avrebbe avuto Walter Chiari, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber. Senza immigrati, semplicemente Milano non esisterebbe.
La Repubblica, Michele Serra
» Posted by admin in category: Italica
....................
No Comments »
No comments yet.
RSS feed for comments on this post. TrackBack URL
Leave a comment