Gianfranco Fini, relativamente parlando
-- May 6, 2008 @ 5:19 am

Ida Dominijanni, Il Manifesto

Tafazzi vota a sinistra
Qual è il criterio che arma il giudizio di Gianfranco Fini, secondo il quale l’assassinio naziskin di Nicola Tommasoli a Verona e la contestazione della Fiera del libro da parte dei centri sociali di Torino «non sono paragonabili», e tuttavia la seconda è più grave del primo? Relativismo etico, cinismo morale, strumentalità politica, giustificazionismo fazioso? O più semplicemente il ricorso all’antica favola degli opposti estremismi, da sempre utile nella storia della Repubblica per assolvere quello di destra e condannare quello di sinistra? 
A soli cinque giorni dal suo discorso solenne e furbo d’insediamento alla presidenza della camera, nel quale si era incoronato da solo paladino e arbitro del Vero e del Giusto contro il nuovo «male del secolo» che sarebbe il relativismo culturale, Fini getta clamorosamente la maschera politica e quella (si fa per dire) intellettuale. I due fatti, di Verona e di Torino, «non sono paragonabili», però lui li paragona eccome. Per giudicarli non secondo un criterio di verità, o più umilmente di umanità come il caso vorrebbe (c’è qualcosa di meno umano che ammazzare di botte qualcuno per una sigaretta?), bensì secondo il più relativo nonché disumano dei criteri.



La contestazione torinese (lui la chiama «astio antisemita giustificato con una politica antisionista») è più grave, sostiene, dell’assassinio veronese, perché la prima è ideologica, la seconda è casuale. Lì c’è violenza politica, qua c’è criminalità comune «con una distorta ideologia nazista nella testa». S’è mai sentito un criterio più relativo di questo? E un cinismo politico più becero e più autoreferenziale? Considerando i due fatti effettivamente imparagonabili non cadremo nella trappola di Fini e non ci metteremo a paragonarli all’incontrario, né per dire che l’assassinio di Verona è ideologico nella misura in cui i suoi esecutori vivono identificandosi con la sigla naziskin, né per dire che se non lo è sarebbe più grave che se lo fosse, stando a indicare in questo caso che valori e comportamenti naziskin sono entrati sottopelle nel senso comune giovanile e non solo. 
Ma Fini non si limita al suo paragone relativista e anche di fronte alla tragedia di Verona insiste, come dall’alto scranno della camera, a proporsi come giudice e castigatore dei costumi. Non ci sono cinque assassini naziskin con le loro responsabilità specifiche, ci sono «giovani privi di esempi, di volontà positiva, di ancoraggio, che spesso fanno riferimento al branco e nove volte su dieci sono dei vili, incapaci di affermare la propria personalità, spesso pieni di sostanze stupefacenti e di alcool». O tempora o mores, la colpa è delle canne e delle birre, il gesto efferato dei cinque naziskin viene diluito nella crisi dei valori e Fini, siccome con quella sigla non c’entra niente ed è un uomo di stato ripulito dal ciarpame ideologico del secolo scorso, dall’alto del suo ruolo immacolato bacchetta scuola, famiglia, cinema e tv e invoca «il ruolo pedagogico della politica». Si riferiva a se stesso, nel suo discorso alla camera, sentenziando che «la libertà è minacciata nel momento in cui nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è»? Quale imbarazzo o quale sovrana indifferenza gli impedisce di guardare alla tragedia di Verona con un sentimento nudo di dolore e di condanna, invece di ammantarsi di metri relativi, condanne dell’ideologia altrui e prediche moraleggianti per tutti? Ma Fini è un uomo di stato, come Bruto che era un uomo d’onore, e tanto basta. 
Da uomo di stato e d’onore, Fini aveva condannato il relativismo culturale, che è la sana e irrinunciabile capacità di leggere le culture diverse dalla nostra, confondendolo con il relativismo etico, che è l’insana e pilatesca scappatoia di chi sfugge al giudizio morale dei fatti usando i metri e le misure che più gli convengono. Di fronte alla tragedia di Verona la mschera è caduta e ora si capisce che sotto non c’era solo ignoranza. Condannare il relativismo culturale come «male assoluto» va benissimo per instillare diffidenza, incomprensione e odio per chi è diverso da «noi» e minaccia la sicurezza proprietaria degli abitanti «legittimi» di Verona o di Roma o di qualunque altro posto. Praticare il relativismo etico va altrettanto bene per lavarsi le mani quando il male assoluto, senza virgolette, si manifesta dentro quel «noi», rivelando l’odio e la violenza che immancabilmente lo fratturano.

» Posted by admin in category: Italica

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1 Comment »
  1. Quei cinque ragazzi di buone famiglie venete incarnano il punto di una parabola: Pietro Maso nel ‘91 uccideva i genitori per garantirsi la macchina rombante e la bella vita dei casinò, i ventenni dell’altro giorno ammazzano per una sigaretta negata. Non è solo il vuoto culturale che tutti denunciano e persino nemmeno «solo» l’impunità per le croci celtiche gonfiatesi all’ombra dei poteri veronesi e che quei poteri riempiono di voti. E’ l’incattivirsi rancoroso di un modello sociale ricco e impaurito, perciò violento. Che si appoggia alle ideologie più adeguate per la difesa aggressiva dei propri spazi - dei propri privilegi, piccoli e grandi - da tutto ciò che minaccia o semplicemente interferisce, anche con una semplice sigaretta negata. Oppure, sotto altre bandiere, è il proliferare delle ronde autogestite bolognesi, la cacciata «di chi delinque e delle loro famiglie» dalla Vicenza conquistata dal centrosinistra, la «sicurezza come cardine» dell’amministrazione torinese.
    Che di fronte alla radicalità dei problemi le istituzioni e la politica si limitino a cercare una soluzione di comodo può essere spiegabile con le convenienze politiche del momento. Ma è una logica d’esclusione e di corto respiro: non può essere accettata, né funziona. Il vuoto da colmare a sinistra è questa miopia.

    Gabriele Polo, Il Manifesto 07.05.2008

    ---> Comment by G.P. — May 7, 2008 @ 6:22 am

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